The Day After The Silence – 1976 Piano Solo

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EAN: 8032050014012Data di pubblicazione: 20/01/2014
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Quando Enrico Pieranunzi incise questo album, il primo in piano solo della sua carriera e il secondo in assoluto, l'Italia stava attraversando una fase politica esplosiva, di cui si sentivano gli effetti anche sulla nuova scena jazzistica, nella quale stava cominciando a ridursi lo iato con gli altri paesi europei; il jazz italiano si apprestava a vivere un vero e proprio rinascimento, che avrebbe portato a una crescita esponenziale nella quantità di musicisti e nella varietà delle tendenze. Dal periodo di isolamento dei grandi solisti come Basso, Valdambrini, Cerri, Kramer, modellati sul linguaggio americano, o degli artisti d'avanguardia, di marca più europea, come Gaslini, Intra o il Modern Art Trio, che davano respiro internazionale a un panorama nel quale c'era posto solo per l'eccellenza, si passò così a una fase ricca di talenti e proposte, nella quale Enrico Pieranunzi cominciò ad affermarsi grazie all'originalità e alla maestria tecnica ed espressiva presenti nella sua musica e di cui questo Cd è una chiara testimonianza. Negli anni settanta vennero infatti alla ribalta un gran numero di nuovi musicisti, che si affermeranno nel decennio successivo animando una scena completamente rinnovata, alla radice di quella odierna, e nasceranno anche le prime scuole popolari di musica, come quella del Testaccio, di cui proprio il pianista fu uno dei fondatori. Ma, nel clima generale di una fase storica cruciale, la sua figura rappresentava, per vari motivi, un'anomalia. In primo luogo, quelli erano gli anni contraddistinti dal binomio musica-politica, fondato su meccanismi a cui il pianista romano, allora ventisettenne, non aderì mai: “ero un uomo di sinistra – ci racconta -, ma non mi sentivo completamente dentro la cultura marxista. Ritenevo la musica un'espressione prima di tutto umana più che politica, portatrice di una sua propria politica, quella della bellezza”. Poi, era insegnante di pianoforte principale (quello dei concertisti) in Conservatorio e quindi, all'epoca, era uno dei rari portatori di una cultura strumentale accademica, che peraltro sapeva utilizzare consapevolmente in ambito jazzistico trasformandola e ponendola al servizio delle sue improvvisazioni; inoltre, si presentava come un giovane dal linguaggio raffinato, per nulla incline agli slogan e in possesso di una vasta cultura, non solo musicale. Infine, restava fedele alla linea tonale-modale del jazz maturato a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, sfuggendo le sirene della sempre più presente free music, che avrebbe invece praticato diversi anni dopo in maniera originale e quasi mai atonale. Lui stesso comprendeva di essere “un jazzista italiano 'strano', che a qualcuno creava problemi di collocazione”. Al di là di questa premessa, alla sua uscita l'album ricevette un'accoglienza entusiastica da parte della più autorevole critica del tempo: “il musicista è rigoroso e sorvegliatissimo - scriveva Walter Mauro - e si colloca tra i massimi esponenti del jazz italiano con un disco oltretutto esemplare”. “Tecnica magistrale, gusto impeccabile, fantasia straordinaria” sono le affermazioni che si trovavano nella recensione di Salvatore Biamonte, mentre sulla rivista canadese Coda si leggeva di lui come del “più interessante pianista attivo in Italia, dalle frasi articolate con grande cura, dalla mente agile come le dita”. Sulla francese Jazz Hot si rilevava “la grande sensibilità per le sfumature e l'assenza di tendenze jarrettiane” e sulla cugina Jazz Magazine si sottolineava “l'enorme bagaglio tecnico, lo spirito del blues, la fenomenale mano sinistra e le doti di compositore e improvvisatore”. Un consenso, anche internazionale, che raramente in quegli anni i musicisti italiani potevano vantare, consacrato in patria dalle note di copertina del critico allora più influente, cioè Arrigo Polillo, che evidenziavano la molteplicità delle sue influenze, con cui giungeva alla creazione di uno stile originale. Aggiungerei contemporaneo, perché uno degli aspetti del presente jazzistico è proprio la varietà di riferimenti, lo sguardo senza pregiudizi a tutto il passato al fine di costruire in modo nuovo la musica di oggi, cioè una maniera di concepire il jazz di cui Pieranunzi è stato, in Italia, uno dei primi esempi. Tra l'altro, gli influssi più avvertibili nel suo linguaggio di allora erano quelli di McCoy Tyner e Chick Corea, soprattutto per la concezione armonica di tipo tonalemodale, mentre le sue composizioni si rivelavano già personali e interessanti, offrendo un florilegio di situazioni differenti che rifletteva un mondo musicale ricco di spunti e di fantasia. Una breve analisi della musica può cominciare da Prolusion, dal modalismo tyneriano, ma con i furiosi bassi che ricordano l'ultimo Tristano e il fraseggio costruito in progressione, proiettato costantemente in avanti e sorretto da una tecnica vertiginosa. Quindi, in linea con le idee del nuovo piano jazz degli anni settanta, troviamo Trichromatic Line, ossessivo e dalle microvariazioni quasi minimaliste, e A Gay Day, dalle vena folk e dal metodizzare europeo. Il titolo eponimo rivela invece un impressionismo fondato sul respiro ritmico delle frasi, che non perdono il beat ma danno ampiezza alla pulsione, caratteristiche in parte riscontrabili anche in Aurora, un brano quasi evanescente, dalle sfumate armonie quartali, e Blue Song, una delle prime ballad di Pieranunzi, ricca di suoni liquidi ed eseguita con uno spirito quasi “classico”. Our Blues è una riflessione intorno a un genere musicale di cui sapeva mantenere la struttura narrativa affermazione-ripetizione-conclusione, mentre il sorprendente Blues Up si configura come uno pseudo boogie con vertiginosi tempi doppi e tripli che ricorda addirittura James P. Johnson. Entrambi riflettono il suo amore per il Blues che, come ci spiega, “faceva parte di me praticamente da sempre, da quando avevo messo per la prima volta le mani sul pianoforte. Era la prima forma musicale che mio padre mi aveva insegnato e blues erano i pezzi di Parker, Silver o dei Jazz Messengers sui quali, in modo totale e viscerale, avevo costruito il mio linguaggio”. Questa preziosa ristampa ci regala ancora due jazz waltz quali The Mood Is Good, in cui si potrebbe avvertire un fugace accenno evansiano, e l'incisivo The Flight Of Belphegor, le ultime perle di un gioiello musicale di grande interesse, che era doveroso recuperare e in cui troviamo quella parte della personalità di Pieranunzi divenuta, negli anni, un retaggio sotterraneo, ma sempre vivo, nel suo ricco e immaginifico mondo musicale.
Maurizio Franco
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